4° Puntata – Kirghizistan

La mia esplorazione del Kyrgyzstan inizia da Osh, la seconda città kirghisa per numero di abitanti. Un posto reso vivace e animato da un grosso bazaar giornaliero che ha il suo momento topico nella domenica, quando a fare “business” accorrono non solo gli abitanti dei villaggi e paesi vicini ma giungono compratori anche dal Pamir, in Tajikistan. Ricordo con piacere la mia prima visita a Osh, a inizio agosto: qui ho incontrato Raoul, un insegnante di pianoforte francese, che e’ stato un gran compagno di viaggi per quasi 2 settimane, e ho fatto la scoperta dei laghman, ottimi tagliolini di pasta, saltati in padella con un mix di verdure (peperoni, zucchine, melanzane, pomodori) e un poco di carne; una deliziosa variante alla monotona dieta che stavo praticando in Uzbekistan (una alternanza di spiedini di montone e piatti di riso).

Dopo un paio di giorni passati a Osh, mi metto in marcia alla scoperta del Kyrgyzstan centrale, terra di nomadi, pascoli e yurte. Mi accorgo subito che spostarsi nel Paese, una volta abbandonata la strada che collega le due maggiori citta’ (680 km da Osh alla capitale Bishkek), non e’ cosi immediato.
Le strade sono per lo piu’ sterrate e le loro condizioni aggravate dalla presenza di buche “mangia” sospensioni; il trasporto pubblico e’ pressoche’ inesistente e ogni mezzo in transito – auto, camion, jeep – diventa un potenziale taxi. La mia prima meta e’ Kochkor, che raggiungo dopo una tappa intermedia a Suusamir; qui, sonnolento villaggio su un altopiano erboso a oltre 3000m di altezza, arrivo all’ imbrunire del primo giorno di viaggio da Osh. Poche luci illuminano la notte che si sta avvicinando e invano vado in cerca di un albergo per la serata. Un ragazzo mi spiega che sì, esiste una possibile sistemazione (la scuola!), ma le chiavi sono in mano al custode che abita a parecchi km dal villaggio. Detto cio’ inforca la sua bicicletta e sparisce per alcuni lunghi minuti, lasciandomi in mezzo a una polverosa strada deserta. Poi ricompare e dice che sara’ la sua famiglia ad ospitarmi per la notte. E’ una autentica esperienza di vita kirghisa: ceno a base di pane, yoghurt e marmellate, tutto preparato in casa dalla mamma, sorseggiando abbondante the e assisto a una performance musicale, quando il ragazzo imbraccia una mini chitarra e inizia a intonare canzoni locali. Splendido.
Al mattino sono di nuovo in strada a riprendere la mia carriera di autostoppista; sono ancora stupito del fatto che la famiglia che mi ha ospitato non ha voluto nulla in cambio. Il primo mezzo in transito, dopo 30 min. di attesa, e’ un furgone con targa polacca. Maja e Maciej, la coppia alla guida, mi raccontano del loro viaggio dalla Polonia fino in Kyrgyzstan alla ricerca del nonno di Maja, un soldato che nel corso della seconda guerra mondiale ha dato i natali, nel sud della Francia, alla mamma di Maja e poi, al termine del conflitto, e’ sparito senza lasciar traccia. Una storia affascinante. La coppia mi accompagna fino a Kochkor, con una sosta per il pranzo, quando Maja si cimenta ai fornelli del furgone – una ambulanza trasformata in camper – e sforna uno squisito risotto alle verdure.

Kochkor, qualche migliaio di abitanti, e’ un paese importante per l’industria turistica kirghisa. Qui, nel 2000, e’ stata fondata l’associazione CBT (Community Based Tourismwww.cbtkyrgyzstan.kg) che permette ai visitatori di scoprire la storia e la cultura del paese, le sue tradizioni e la natura, assicurandosi che cio’ avvenga in maniera socialmente responsabile. I proventi dell’ attivita’ turistica vengono utilizzati per la conservazione degli stili di vita tradizionali, il rafforzamento delle istituzioni locali e la costituzione di infrastrutture.
Kochkor mi sembra la miglior base per iniziare una escursione di 3 giorni a cavallo verso una jailoo (pascolo estivo e accampamento di yurte) sulle rive del lago Song Kol, gelido e cristallino, a quota 3600m. Scopro che la vita del nomade non e’ affatto facile: alimentazione a senso unico, a base di pane e derivati del latte; freddo pungente di notte, anche d’estate; niente elettricita’ o acqua corrente; una pila di tappeti come materasso; la toilette, una odorosa latrina. In ogni caso, una esperienza unica, resa indimenticabile dalle bizze del mio intestino.

Rimetto a posto il fisico sulle rive di un altro lago – Issik Kul – il secondo lago alpino piu’ grande del mondo dopo il Titicaca in America Latina.
Mi fermo qualche giorno a Karakol, una citta’ malinconica e silenziosa, come i suoi abitanti, in gran parte russi, che mi fanno pensare che forse qui, un giorno, prima dell’ indipendenza, si stava meglio. Appare tutto un po’ trascurato: la vernice che si scrosta dalle casette di legno, i giardini incolti e l’erba alta al ginocchio nei giardini pubblici; e quei vecchi russi, vestiti in abiti militari, dallo sguardo stralunato che sembrano pensare “ma cosa e’ successo?”; un po’ come me quando, durante una cena allo Zarina Cafe’, sento le note di Mamma Maria dei Ricchi e Poveri.

Meglio spostarsi allora a Bishkek e saggiare l’aria della capitale. Fa specie il fatto di non trovare edifici o segni storicamente rilevanti in citta’ (che non siano riconducibili al periodo di presenza sovietica): d’altronde i kirghisi erano un popolo di nomadi e non si sono curati di costruire citta’ e di erigere monumenti significativi. A Bishkek saluto Raoul e faccio in tempo ad accorgermi del eccessivo grado di presidio poliziesco delle strade della citta’, dovuto ad un summit dell’organizzazione delle nazioni centro asiatiche; forti sono le norme di sicurezza per garantire l’incolumita’ di Putin e del premier cinese. Hanno pure chiuso l’aeroporto per alcuni giorni!
Da Bishkek ritorno a Osh e chiudo il mio tour del Kyrgyzstan. Stavolta in albergo non mi imbatto in altri viaggiatori ma in una chiassosa banda di tassisti, tutti originari di una valle a sud del paese ai confini con il Tajikistan. Condivido la camera con due di loro e il loro benvenuto consiste in una tazza piena di vodka. Passano la notte ronfando come degli animali, un rumoroso costante concerto; meglio loro o le zanzare?

Per me e’ tempo di raggiungere Kashgar e la Cina. Una tappa intermedia mi porta fino a Sary Tash, ancora in terra kirghisa, sulla strada verso il confine cinese. Sono solo 184 km da Osh ma ci metto oltre sei ore, schiacciato in una vecchia Lada di produzione russa tra un nonno con in braccio la nipotina, alla mia sinistra, e un signore, sulla destra, mentre davanti, acconto al giovane autista, un papa’ stringe il figlio con la gamba ingessata. In sette su un’ auto minuscola, messa a dura prova dalla strada sterrata, dalle buche, da una ascesa verso un passo di montagna a quasi 4000m, che ci costringe a numerose soste per immettere acqua fresca nel radiatore e far ripartire la vettura. Ad ogni sosta, beve la macchina e bevo anche io: il papa’ non esita a passarmi continuamente il fondo di una bottiglia di plastica, che ha sapientemente ritagliato e riempito di vodka.
A Sary Tash, un minuscolo villaggio lontano da tutto, dove anche la richiesta di un tozzo di pane potrebbe generare dello scompiglio, arrivo allegro e il caso vuole che incontri nuovamente i tassisti con i quali ho condiviso la stanza a Osh. In un edificio che fa da bar, negozio e guest house iniziamo una nuova battaglia a colpi di vodka, brindando alla rinnovata amicizia italo-kirghisa e ripassando i nomi dei calciatori della Nazionale.
Alle otto di sera, dopo una foto ricordo, sono fatto e finito; mi ritiro in uno stanzone dove passero’ una terribile notte insieme a un gruppo di ciclisti appena giunti dal vicino Tajikistan. La testa mi duole fortemente e tutto gira all’ impazzata. Non conto il numero delle volte che mi trovo costretto a correre a piedi nudi in giardino (fa un freddo cane!) a espellere l’eccesso di alcol. Pago dazio e il giorno successivo sono ancora bloccato nella remota tranquillita’ di Sary Tash.

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