5° Puntata – Lungo la Karakoram Highway

La Cina e’ ormai vicina; meno di 100km dalla mia ultima stazione in Kyrgyzstan, la remota, desolata, solitaria, Sary Tash. Non esiste trasporto pubblico fino al confine cinese, la strada e’ un ammasso di roccie e buche e il traffico erratico. Copro la distanza su un camion kirghiso, veloce quanto un lumacone, che mi permette di apprezzare l’innevata catena montuosa del Pamir e un verde altopiano sul quale un fiume di colore amaranto disegna delle ampie anse.

Passata la frontiera ho la netta sensazione che qualcosa e’ cambiato e che mi sto lasciando alle spalle le avventurose e selvaggie terre dell’Asia Centrale.
Kashgar infatti mi accoglie con un’orgia di luce, strade in perfette condizioni, un via vai costante di auto e motorini, negozi e ristoranti a bizzeffe. E’ l’estremo occidente del dragone cinese, una macchina lanciata a massima velocità verso il progresso. Per me significa avere finalmente la possibilita’ di dormire su un letto con un materasso di almeno 5 cm e di potere scegliere un piatto da un menu’ con piu’ di 2 pagine e, per assurdo, di spendere, per tutto ciò, meno rispetto agli “Stan”. L’udito e la vista sono i sensi maggiormente colpiti dal cambiamento: abituati al silenzio e all’oscurita’ dell’Asia Centrale sono ora travolti da un’ondata di luci e di rumori.

A Kashgar, ogni domenica, si tiene un importante mercato che fa confluire in citta’ fino a 50mila persone che giungono, oltre che dalle campagne circostanti, dal Tajikistan, dal Kyrgyzstan e dal Nord del Pakistan. Purtroppo il mercato ha perso il suo fascino esotico: elettrodomestici, elettronica e cellulari si impongono su spezie e seta e i mercanti non arrivano piu’ in citta’ in sella a cavalli e cammelli ma su grossi camion. C’e’ comunque una Kashgar antica, di etnia Uighura (musulmana) che cerca di resistere, racchiusa nelle affascinanti abitazioni del centro storico, in fango e mattoni, all’avanzata del moderno, rappresentato dai cinesi Han venuti da oriente.
Se da un lato il progresso porta migliori servizi pubblici per tutti, dall’ altro significa un aumento di palazzi di cemento, vialoni multicorsia, traffico e inquinamento. Non voglio dire che i cinesi non facciano sforzi per conservare il proprio patrimonio storico ma i risultati, talvolta, sono bizzarri: monumenti datati centinaia di anni appaiono, dopo il restauro, edifici degni di Disneyland.
Sfrutto la mia permanenza in Cina per prepararmi al meglio all’avventura pakistana: mi riposo, ricarico le pile del mio organismo e do una lavata completa a zaino e vestiti.

Quando ricomincia la marcia mi trovo su un pullman diretto a Sost, in Pakistan. Sono sulla famosa e leggendaria Karakoram Highway (KKH) una strada fortemente voluta da Cina e Pakistan e costata un alto tributo in termini di anni di lavoro e vite umane. Oltre 1300km da Kashgar fino a Islamabad, capitale del Pakistan, attraverso un passo a 4900m di quota e una terra dove si incontrano 3 tra le piu’ imponenti catene montuose del mondo: Karakoram, Himalaya e Hindukush.
Percorrere la KKH e’ una esperienza fantastica e avventurosa. Abbandonata la Cina le strade tornano a essere ruvide e pericolanti come quelle dell’Asia Centrale e lungo il tragitto si possono fare delle interessanti deviazioni nelle valli laterali, alla scoperta della natura e delle popolazioni rurali del Pakistan del Nord. Ancora prima di giungere a Gilgit, la citta’ piu’ grande e importante lungo la KKH, ho la possibilita’ di vedere la lingua di due grossi e lunghi ghiacciai (Passu e Batura Glacier) spingersi avanti fino a quasi toccare la strada.
In mezzo a una stretta valle a V, il fiume Hunza scorre burrascoso ed e’ attraversato, di tanto in tanto, da ponti sospesi come non ne vedreste in un film di Indiana Jones: su un telaio composto da cavi di acciaio vengono posti degli assi di legno, distanti anche 30-40cm l’uno dall’altro. Sono costruzioni affascinanti, lunghe talvolta piu’ di 100m che danno i brividi, quando attraversate.

La natura del Pakistan offre dei paesaggi splendidi: montagne imponenti e grandiose che si spingono oltre 6, 7 e 8mila metri a sfidare le nuvole e il cielo; canyon stretti e profondi, scavati da fiumi veloci e spumeggianti; vallate alpine con verdi pascoli, popolazioni ospitali e infinite possibilita’ di trekking.

Io sono ben deciso a vedere da vicino il mio primo “ottomila” e quale montagna e’ la migliore, se non il K2? Cio’ impone una deviazione laterale (verso est) dalla KKH per raggiungere Skardu, la capitale alpinistica del Pakistan e poi Khaplu. Mi sto avvicinando molto alla zona militare contesa tra Pakistan e India, l’Alto Kashmir, e i posti di blocco, dove devo registrare i miei dati, sono frequenti. Di fatto, il piccolo paese di Khaplu, e’ l’ultimo a potere essere raggiunto dagli stranieri in assenza di un permesso speciale.
Sono nel bel mezzo dei monti pakistani, i servizi sono ridotti all’osso e anche l’acquisto di una zuppa istantanea puo’ rivelarsi oltremodo difficoltoso. Insieme a una guida del posto, Rustam Ali, un portatore d’alta quota che puo’ vantarsi anche di avere scalato un’ottomila, mi avventuro in 3 giorni di trekking, che culminano quando raggiungo la cima di un monte a 5000m. Sono fortunato, la giornata e’ serena e mi permette di vedere da vicino (meno di 50km!) le cime di 4 dei 5 ottomila pakistani: la maestosa piramide del K2, il Broad Peak, il Gerschenbrun 1 e 2.
Non c’e’ una nuvola: intorno a me solo enormi montagne innevate e uno splendido cielo blu. Per rendere l’esperienza ancora piu’ indimenticabile la mia guida pensa bene di farmi passare una notte all’aperto a 4000m! Raggomilato nel mio sacco a pelo, con i piedi ghiacciati e solo una fessura esposta verso l’esterno, per gli occhi e per far passare un filo d’aria, ammiro un cielo tempestato di stelle e conto le lunghe ore che mi separano ancora dall’alba e dai caldi raggi del sole. La notte all’aperto e’ stata una improvvisata, in quanto si pensava di bivaccare nelle casupole in roccia dei pastori, ma queste ultime erano gia’ tutte occupate…
Per chi e’ un appassionato di montagne e trekking, come gia’ accennavo, in Pakistan c’e’ ne per tutti i gusti: si potrebbe camminare per giorni e giorni, tra splendidi panorami e godendo della proverbiale accoglienza della gente del posto.

Per me e’ tempo di ritornare sulle tormentate strade pakistane, tra frane improvvise e mezzi di trasporto stipati all’inverosimile.
Raggiungo Islamabad con un pazzo viaggio notturno, 20 ore di bus con il fiato sospeso, caratterizzate da scossoni, sobbalzi e dirupi. Con un briciolo di tristezza abbandono le montagne che mi hanno tenuto compagnia per due settimane e mi appresto a immergermi nel Pakistan “cittadino”.
Intanto e’ iniziato il Ramadan, il mese del digiuno per i musulmani. Nelle ore diurne il cibo e’ vietato e di conseguenza sono chiusi anche tutti i ristoranti. Per fortuna restano aperti alcune negozi e le bancarelle di frutta al mercato; in questo modo riesco ad organizzarmi e faccio delle merende anche di giorno, rinchiuso nelle mie stanze di albergo.
Nel corso del pomeriggio le strade si popolano di piccoli chioschi che vendono prodotti fritti (patatine, verdure in pastella, frittelle ripiene di carne) e si animano di gente che, freneticamante, man mano che il giorno lascia il posto alle prime luci della sera, assaltano le bancarelle.
Il calendario del Ramadan e’ molto preciso: ogni giorno c’e’ un orario esatto per l’ultimo boccone (intorno alle 5 del mattino) e per ricominciare a mangiare (verso le 6 di sera). Le citta’ sono di conseguenza molto piu’ animate di sera rispetto al giorno.

Per altre due settimane mi sposto lungo l’asse Peshawar-Islamabad-Lahore. A Islamabad, la capitale politica del Paese, sbrigo le pratiche per ottenere il visto per l’India. La citta’ e’ nuova, costruita a tavolino 40anni fa ed e’ uno strano insieme di quartieri rettangolari, denominati come le celle della battaglia navale (G7 piuttosto che I8), separati da vasti aree di niente (campi incolti, boschi, sterpaglie). La presenza militare e’ forte e percepibile, a garantire la sicurezza del Generale Musharraf.

Peshawar invece e’ un animato posto di frontiera con una bellissima citta’ vecchia, attraversata da colorati bazaar e con un particolare fascino esotico, che le viene dato, senza dubbio, dalla sua vicinanza all’Afghanistan e dalla presenza di forti traffici illegali (droga, armi) e di contrabbando. Le terre a ovest della citta’ sono “aree tribali”, zone calde e rivoltose dove scontri, sparatorie e imboscate tra i clan in lotta sono all’ordine del giorno. Queste aree sono off-limits per gli stranieri, ai quali e’ permesso solo di percorrere la strada che da Peshwar porta fino al confine con l’Afghanistan. E’ quello che ho fatto anche io e che mi ha permesso di buttare un occhio sull’animata frontiera afgana; un via vai continuo e ininterrotto di camion e di merci. In cima a una collina, da un punto di osservazione privilegiato, ho provato a viaggiare con il pensiero in Afghanistan, terra affascinante e tormentata.

A Lahore, capitale culturale del Paese, seconda citta’ piu’ popolosa dopo Karachi, con oltre 5 milioni di abitanti, ho iniziato ad abituarmi al trambusto e al caos che penso mi attendera’ in India. La citta’ ha dei monumenti interessanti; tra questi una gigantesca moschea che nel suo cortile puo’ ospitare fino a 10mila fedeli in preghiera.
A Lahore ho assistito ad uno degli spettacoli piu’ bizzari e impressionanti della mia vita. In un piccolo cortile, all’interno di un luogo sacro, in mezzo a una folla di pakistani, seduti e schiacciati l’uno contro l’altro, una decina di mistici Sufi roteavano, come posseduti, al suono ipnotico e martellante di due musicisti con tamburi. L’aria impregnata di fumo (stupefacente) e di essenza alla rosa, il pubblico “stonato”, i Sufi indemoniati e i possenti musicisti hanno reso l’esperienza quasi sopra-naturale. I musicisti hanno battuto i tamburi incessantemente per ore e dio sa solo dove trovavano la forza.

Sono stato piu’ di un mese in Pakistan, un Paese affascinante che regala emozioni e arricchisce di mille ricordi. Non e’ un Paese facile da viaggiare: la situazione politica e’ tumultuosa e sfocia spesso in episodi di violenza; il fatto di vedere quasi esclusivamente uomini per strada e nei luoghi pubblici (con la donna relegata a una vita di casa) puo’ essere “spiazzante”; gli spostamenti sono spesso disagevoli; il cibo non e’ il massimo in quanto a varietà e qualità; si fatica a incontrare altri travellers e compagni di viaggio. Ma se riuscite ad affrontare tutti questi aspetti sarete ripagati da un popolo di rara gentilezza e cortesia, da paesaggi assolutamente mozzafiato e dalla naturalezza di un Paese che non conosce ancora le orde di turisti che invadono la vicina India.

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