7° Puntata – Nepal e oltre

Giunto in Nepal, passo una notte alla frontiera orientale del Paese, quella con l’India, prima di avventurarmi in uno sfiancante trasferimento di 18 ore in pullman verso Kathmandu. La strada e’ lastricata di buche e un mega ingorgo alle porte della capitale non fa che peggiorare la situazione. Arrivo a destinazione stremato e mi sistemo in una delle tante guesthouse di Thamel, il ghetto dei viaggiatori di passaggio a Kathmandu.

Il profilo del turista-tipo in Nepal e’ cambiato molto nel corso degli ultimi 30 anni. Il viaggiatore freak o hippie, dall’aria stupefacente, e’ stato sostituito da alpinisti e trekker, attratti dalle maestose cime himalaiane. Il quartiere di Thamel e’ una zona franca, una specie di Stato nello Stato, dove vige la legge della Lonely Planet. Qui si incontrano quasi solo occidentali e i nepalesi che ci vivono e lavorano sono interamente e attivamente coinvolti nell’industria turistica, una delle principali fonti di ricchezza per il Paese. Le strette vie sono un susseguirsi di piccoli alberghi, ristoranti che sfornano cucina internazionale, agenzie di viaggio, internet cafe, negozi di souvenir e di abbigliamento da montagna.

Allontanandosi da Thamel si entra gradualmente in contatto con il vero Nepal e le innumerevoli sorprese del centro storico di Kathmandu. La religione e’ parte integrante della vita di ogni nepalese e le strade della citta’ ne sono testimonianza. A brevi distanze ci si imbatte in altari votivi, cappelle e templi. La piazza centrale di Kathmandu e’ un museo a cielo aperto, osservato al meglio dai gradoni di uno tanti templi, vagamente piramidali e finemente ornati, che punteggiano la piazza. In pochi kilometri quadrati i simboli religiosi si contano a centinaia.

Contrariamente alla maggior parte dei viaggiatori, giunti in Nepal per avventurarsi in almeno in uno dei tanti trekking disponibili (campo base dell’Everest e circuito dell’Annapurna, per citarne alcuni), la mia visita del Paese e’ di breve durata e privilegia aspetti storici e culturali. Esplorare i villaggi della Valle di Kathmandu e’ gradevole e permette di entrare in contatto con la sorridente e gioviale popolazione locale. A Boudnath si trova una numerosa comunita’ di esuli tibetani stabilitasi intorno e nelle immediate vicinanze della Grande Stupa. Un posto pacifico e un interessante antipasto di Tibet. Patan e Bhaktapur invece sono affascinanti esempi di architettura e cultura newar; Bhaktapur in particolare ha un centro storico intatto e ben conservato; passeggiando per le sue vie si ha la sensazione che qui il tempo sia fermo a 200 anni fa.

Dopo avere visitato Kathmandu e la sua Valle mi sposto per alcuni giorni a Pokhara, una tranquilla oasi 200km a ovest della capitale, base di partenza per il trekking intorno al santuario – montuoso – dell’Annapurna. Il lago che fiancheggia la cittadina e le verdi colline che si trasformano rapidamente in innevate e imponenti montagne di oltre 7000m danno a questo posto una connotazione “alpina”. E’ tranquillo, pulito e c’e’ poco traffico: potrei essere in Svizzera! Di attivita’ all’aria aperta ce ne sono a bizzeffe: oltre al trekking, si puo’ fare rafting, torrentismo, planare in parapendio o volare in ultraleggero, affittare mountain bike e scooter. Sfrutto la serenita’ del posto per fare mente locale sulle prossime tappe del viaggio: mi aspetta il Tibet, poi un lungo doppio trasferimento, prima verso la Cina centro-orientale, poi giu’, puntando a sud, verso Hong Kong e il sud est asiatico.

Tornato a Kathmandu sento la necessita’ di preparami per l’escursione in terra tibetana. Ho un equipaggiamento decisamente troppo estivo e, considerato che siamo ormai a fine novembre, occore avere i mezzi giusti per far fronte alle rigide temperature che mi attendono in Tibet. La partenza verso Lhasa e’ fissata per il 27 novembre e il viaggio prevede un tour di 8 giorni insieme ad un gruppo di altre 20 persone. Aggregarsi ad un pacchetto turistico gestito da un tour operator e’ l’unico modo per poter viaggiare in Tibet, proveniendo dal Nepal. In procinto di partire, ecco quindi che torna utilissima la selva di negozi di Thamel, dove faccio scorta, a prezzi contenuti, di: guanti, calzamaglia, maglietta in pile, sciarpa e berretta di lana.

Il tour in Tibet fila liscio e il gruppo di viaggiatori e’ simpatico e ben affiatato. La preoccupazione di tutti e’ legata alle altezze alle quali si viaggia; mediamente sull’ altopiano tibetano siamo intorno ai 4000m con punte, quando si raggiungono le sommita’ dei passi, di oltre 5200m. Come consigliato dalla nostra guida beviamo molta acqua, fino a 4 litri al giorno, il che costringe il convoglio di jeep in viaggio verso Lhasa a una serie di soste a cadenza oraria! Per tutta la durata del viaggio il freddo e’ stato pungente e non ha dato un attimo di tregua. Gli alberghi dove abbiamo alloggiato e i ristoranti dove abbiamo mangiato erano sempre sprovvisti di riscaldamento: e’ poco piacevole passare intere giornate vestiti e imbottiti da capo a piedi!


Se da un lato il freddo e l’altitudine hanno dato filo da torcere, dall’altro i cristallini e selvaggi paesaggi tibetani – come la vista in lontananza dell’Everest e di altre montagne di ottomila metri, i cieli di un blu profondissimo, i netti contrasti, l’aria pura e incontaminata – e l’affascinante cultura hanno giustificato ampiamente il viaggio. Visitare il Potala Palace a Lhasa – l’ultima dimora del Dalai Lama in Tibet – e i monasteri buddisti lungo la via verso la capitale e’ una esperienza unica e affascinante. Le enormi sale, le grandiosi stupe, le preziose decorazioni, il profumo sprigionato da incensi e candele al burro di yak, fanno venire la pelle d’oca. Impressionano e non lasciano indifferenti.

Difficile in ogni caso, per chi come me visita la regione solo per una decina di giorni, capire quale possa essere l’impatto della massiccia cinesizzazione sui tibetani e sulla loro cultura. Da novembre 2006 la ferrovia ha raggiunto Lhasa e il numero di cinesi che si stabiliscono in Tibet sta aumentando esponenzialmente. La citta’ cresce, progredisce, e non sono piu’ case tipiche tibetane quelle che spuntano ma bianchi e lucenti condomini cinesi. Ed e’ proprio con il moderno treno che mi lascio alle spalle gli splendidi paesaggi tibetani. Saluto i miei compagni di viaggio e torno a battere la strada da solo.

La ferrovia d’alta quota e’ un miracolo ingegneristico interamente cinese, scandito da primati come: il punto piu’ alto al mondo toccato da un treno, oltre 5100m; la galleria ferroviaria piu’ alta, a oltre 5000m; il fatto che per centinaia di km le rotaie poggino su uno strato di permafrost. Sono in viaggio verso una citta’ scelta pressoche’ a caso facendo cascare il dito sulla cartina della Cina: Zhengzhou, 40 ore consecutive di treno da Lhasa.

Le prime 8 ore di viaggio sono spettacolari e gli sguardi di tutti noi passeggeri sono incollati ai finestrini per non perdere neanche un attimo di questa meraviglia che e’ l’altipiano tibetano. Il treno e’ sempre a oltre 4000m e attraversa speluccati pascoli dove brucano mandrie di yak, costeggia imponenti catene montuose o taglia vaste lande innevate dove la vista si perde in spazi infiniti. Lentamente, sotto i miei occhi, il Tibet si trasforma in Cina centrale e i paesaggi si fanno via via meno interessanti. Arrivo infine a Zhengzhou, nel cuore di una notte, e vengo travolto dalla frenesia e dalle luci della citta’ cinese. Passo alcuni giorni in questa area, visitando il monastero Shaolin, dove e’ nata l’arte marziale del Kung Fu e la citta’ di Kaifeng, che un tempo vantava una numerosa comunita’ di ebrei e tuttora conserva degli interessanti quartieri con edifici storici. Nel corso di una delle escursioni conosco Morris, un ragazzo cinese che parla bene inglese. Mi fa da Cicerone per una giornata e mi da una mano a districarmi nella Babele della lingua cinese facilitando enormemente operazioni che in altre parti del mondo potrebbero apparire banali, come ordinare del cibo al ristorante o acquistare il biglietto per un pullman, ma che in Cina si rivelano toste gatte da pelare.

Da Zhengzhou con un treno quasi-diretto (occore cambiare a Canton) arrivo a Hong Kong e, per la prima volta, dopo 5 mesi di viaggio vedo il mare: partito da Mosca l’11 luglio, il 12 dicembre raggiungo la costa orientale dell’ Asia! Con la metropolitana sono sbucato a Times Square, nel bel mezzo di Hong Kong Island, e con il mio zainone, la camicia stropicciata e i pantaloni cargo faccio da mosca bianca in mezzo a raffinate signore impegnate nello shopping prenatalizio e fiumi di ingessati impiegati che entrano e escono senza sosta dai grattacieli tutt’intorno. Fa caldo. Ho lasciato l’inverno in Cina centrale e mi godo i 25 gradi e la fresca brezza marina di Hong Kong.

La citta’ e’ vertiginosa, elettrica, coinvolgente. Un caleidoscopico mix di eleganza londinese, architettura newyorchese e dinamicita’ asiatica: selve di grattacieli che toccano il cielo; vie con un incessante susseguirsi di boutique e ristoranti; una profusione di colori e odori e genti da ogni parte del mondo. Cammino con il naso perennemente per aria, rapito dalle pazze geometrie dei palazzi che, partendo dal mare, si inerpicano lungo i pendii di Victoria Peak. I “piani alti” della citta’ si possono raggiungere con una serie di scale mobili a cielo aperto, le piu’ lunghi del mondo! Mi dedico all’esplorazione dei quartieri centrali dove molte zone sono specializzate: quella dove si lavora (Central), quella dove si mangia (SoHo), quella dove si fa shopping (Causeway Bay) e quella dove si va a ballare (Lan Kwai Fon e Wan Chai). A Hong Kong c’e’ molta energia e sara’ per questo che dormo poco: non voglio perdere neanche un minuto di questa “citta’-mondo” dove tutti, un poco, ci sentiamo rappresentati.

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