Jugoslavia con Lancia HPE + Caravan Royalcar

Quattro rapidi passi e commenti sulle terre di Jugoslavia qualche decennio fa. Visita al Monastero ortodosso della Patryarsya e Decani, luogo di culto conteso nel Kosovo. Siamo vicini a mezzanotte.

La notte giace sulle strade di Jugoslavia traversata, tra una oscurità e l’altra, da convogli incessanti e incalzanti di autotreni. Siamo vicini a mezzanotte, cerchiamo uno spiazzo per pernottare. Al mattino una nebbia piena d’acqua marcia ci bagna i vestiti e le ossa come se piovesse senza a darlo a vedere e poi usciti d’essa ci si presenta un gruppo di casette di legno dal tetto aguzzo qua e là sfrangiate dall’incuria e dalle forze del cielo: viottoli fangosi, staccionate, una mandria di vitelli caffè latte puliti.
Andiamo al Monastero della Patryarsya, ortodosso di Serbia-Kosovo, un’alta muraglia grigia difende alla vista e alle offese dall’esterno il suo cortile interno, si entra per un portone centrale entro un valloncello d’ombra dove vediamo un paio di tonde piccole suore nere che danno ordini a giovanotti tranquilli, mentre noi ci avviamo all’interno della costruzione: una specie di gioco a incastro di tante piccole basiliche, in un angolo di una grande aia ben curata.
Ma tutto è chiuso per i turisti e allora via a De?ani per una strada che è tutto un vagabondare di carri con sopra uomini severi, carretti, pecore badate da vecchi con bragoni e fez bianco, donne nei costumi locali, gran contrasto tra bianchissimi veli sopra il resto tutto nero, polvere, disordine, senso di sopravvivenza minima.
Al mercato troviamo ogni genere di mercanzia rurale, sacchi di grano orzo, patate, uova, pali di legno, corteccia scambi in natura. Viene da pensare che fin qui sia arrivato navigando sulle steppe il denso retaggio dello slavismo della grande madre Russia e si sia incontrato con quello ottomano. Penso ad Andric, alle pagine di grande letteratura su questi viaggi pendolari quotidiani in attesa del morir del giorno. Ad attendere la corriera le donne stanno in disparte accosciate tenendo ingombri e qualche bambino, gli uomini tra loro guardano l’orizzonte in piedi…fumano e sputano lungo la strada, una serie discontinua di cimiteri che sembrano privatiâ?¦di qualche famiglia, ma senza staccionataâ?¦aperti sul mondo.
Solo alcune sono circondate da una specie di balaustra in metallo vileâ?¦sembrano lettini per neonati. Su quelle più recenti uno sfacelo di ghirlande di fiori, di foglie, di veli, di reticelle con un sovraccarico di segnali mortiferi. Lasciamo Pe?, città di frontiera che vive di vita propria medievale, determinatissima ai piedi dei suoi solenni quasi inaccessibili monti carichi di neve e di incombenti perenni presenze di divinità minacciose, per dirigerci a Pristina, capoluogo del Kosovo, città emblematica che alla vista presenta inaspettato un orizzonte costellato di grattacieli, palazzi moderni, torrette di plexiglas. L’università sfoggia su una collina un complesso architettonico niente meno che di Kenzo Tange, giapponese, un gioco di volumi pesanti ritmati da cadenze geometriche sopra ogni cubo una cupola bianca modulata con cordolini e scanalature.
Sorprendente l’intelaiatura, una specie di corazza a reticolo di ferro brunito massiccio che riveste l’intera fabbrica, un colpo d’occhio stordente per noi abituati alle timidezze ripetitive dei nostri architetti, un misto di grazia araba e di fortezza feudale. Poi dietro a questa scenografia modernista incontri lo squallido quartiere musulmano, con una moschea fatiscente e lo shardivan ridotto a fontana per passanti eppure questo manufatto dell’arte religiosa islamica ha qualcosa di sommamente civile anche più di quello di Sarajevo, che non contempla più servizi umili come questo ma solo usi rituali.
Questo invece vuol arrecare sollievo al pellegrino non solo per il bere ai vari rubinetti disposti alle pareti dell’enorme tinozza sormontata da una rozza cupola di rete metallica oltre la quale l’acqua ristagna brunoscura con sul fondo monetine luccicanti. Ci sedemmo in una pancona, ed io mi presi vicino una ragazzetta bionda e intimorita e qualcuno ci fotografò felici o infelici chissàâ?¦e domani a Sarajevo e poi a sud.

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