Alla scoperta delle radici cristiane

Estate 2005. Viaggio in Terrasanta durante i giorni del ritiro delle truppe da Gaza.

Siamo partiti immersi nel caldo di una Palermo estiva di 30° e passati ad un caldo ancora più torrido, quello del Sinai, il terzo deserto d’Egitto, famoso per la presenza di “Gebel Musa”, la montagna di 2300 metri sulla quale si dice che Dio diede i 10 Comandamenti a Mosè. Ai piedi del Monte Sinai, sorge il monastero fortificato di Santa Caterina da 15 secoli abitato da una piccola comunità di monaci greco-ortodossi, un complesso religioso formato da numerosi edifici di epoche differenti, tra cui una moschea per i viandanti musulmani e la chiesa cristiana della trasfigurazione, piena di mosaici in stile bizantino, sovrastata da un alto campanile.


Ho visto tanti amanti del tracking fare a piedi la tradizionale scalata a piedi notturna di quella montagna fino in cima, per arrivare a vederne l’alba. Altri, invece, non volendo camminare 4 ore di fila, semplicemente noleggiavano un cammello, a poche lire egiziane, facendo attenzione alle vertigini: il monte è costituito da una serie di dirupi e i cammelli camminano un po’ per conto loro!. Ma il nostro itinerario si è snodato principalmente verso Gerusalemme, meta bimillenaria di uomini, non solo cristiani, provenienti da tutto il mondo, alla ricerca dei “segni”, delle tracce lasciate dal sacro, sia che lo si voglia identificare in Gesù Cristo, in Javhè o in Allah e nel suo Profeta.


Dalla splendida Moschea di Omar, brillante per la sua cupola d’oro, dove i musulmani credono che Maometto si sia elevato al cielo lasciandovi la sua impronta, al Complesso del Santo Sepolcro, sul luogo del Calvario, che conserva la memoria della morte e della resurrezione di Gesù Cristo.
Gerusalemme è una città misteriosa, un segno di contraddizione, proprio per le sue molteplici identità, fuse tra loro, ma accomunate da una ricerca e, soprattutto, segnate, come da una ferita dolorosa, dalla constatazione che proprio questa ricerca è stata sfregiata dall’odio e dalla divisione. Il nostro viaggio è proseguito con una tappa a Bethlem, una cittadina povera, così diversa dai luccicanti presepi natalizi che la rappresentano. Non immaginavo di trovare proprio nel luogo dove, secondo le Sacre Scritture nacque Cristo, il colore verde delle divise dei soldati-giovani militari, il grigio bianco degli autobus malmessi e delle pareti delle case, la solitudine delle strade in un pomeriggio di afa, ma soprattutto lo smarrimento e al contempo la durezza che si poteva leggere nello sguardo di un gruppo di ragazzini di strada, sui tredici anni, che all’interno della Basilica della Natività ci osservavano puntando diritto sulle nostre borse o oggetti di valore. “Le offerte dei fedeli scarseggiano sempre di più, anche a causa della diminuzione dei pellegrinaggi nell’ultimo periodo” – ci ha detto uno dei frati francescani che custodiscono la Basilica – “e sempre più arduo diventa il nostro compito di dare loro pane e istruzione, di offrire alternative valide per strapparli alla disperazione e a una vita di stenti”. Tra le persone del posto con cui ho parlato c’è stato un giovane egiziano, laureato all’università, che abbiamo conosciuto sul Monte Oreb. Nelle sue parole la rabbia e la rassegnazione per l’impossibilità di una pacifica convivenza tra le due culture, ebraico-cristiana ed islamica, minate ora dall’atteggiamento di secolare sfruttamento da parte dell’Occidente nei confronti del mondo arabo in genere, ora dal terrorismo che, nella sua cecità e nel suo odio, si accanisce proprio sulla gente comune che diventa doppiamente vittima di un destino che non si è scelto: “Se ti manca la penna come fai? Noi siamo desiderosi di scrivere, ma non abbiamo gli strumenti, nessuno ci da la penna. Siamo sfruttati, ma nessuno ci da la possibilità di imparare ad essere autonomi e creare ricchezza con le nostre sole forze, nel nostro paese”.

Ce ne torniamo dalla Terra Santa con un groviglio di sensazioni, un misto di dolcezza e di amarezza insieme. Da una parte la dolcezza di avere colto frammenti di luce nei Luoghi Santi: 8 ulivi bimillenari, nell’orto del Gethsemani, stranamente conservati tra altri più recenti dalla pietà dei fedeli e sopravvissuti alla distruzione di secoli di guerra, ci parlano dell’Agonia di Cristo in preghiera; il Lago di Genesareth, chiamato “la più grande acquasantiera del mondo”, dove Gesù camminò sulle acque, placò una tempesta e incontrò gli apostoli, brilla ancora di splendore e di fascino, sotto il sole della Galilea. Dall’altra, invece, c’è l’amarezza di vedere ripetersi il mistero di Caino e Abele proprio in quella terra sacra per gli uomini che credono in un solo Dio, in cui ritrovi forse un’eco delle lacrime versate da Cristo 2000 anni fa su Gerusalemme al suo ingresso nella città: “Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa” ( Lc.19,41).

Copyright © 2005 - All Rights Reserved

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: