Un mese in India del sud e lo Tsunami

Un sogno, finalmente realizzato.
Arrivo a Bombay in piena notte. Pensavo di essere abituata agli odori dell’Asia, alla miseria; ma in realtà non avevo visto niente.Il viaggio in taxi fino al quartiere di Colaba è stato duro: gente che dormiva ovunque e in particolare sui marciapiedi, le tendopoli, le mucche, i cani, i forti odori. Dopo il primo giorno, tutto è diventato più facile: bastava guardare la gente e parlare con loro, rimani stupito della loro dignità, gentilezza, curiosità per la tua vita e per il tuo paese.

Due giorni passati a Bombay, città dalle mille contraddizioni. Due giorni dedicati all’organizzazione delle tappe successive e alla visita della città. Bellissima la più grande lavanderia a cielo aperto di tutto il continente Asiatico e molto bella e suggestiva la visita all’isola di Elefanta.
Poi un treno in cuccetta fino a Goa. Decidiamo di restare due giorni a Panjiim e di affittare uno scooter per visitare le spiagge del nord, apparentemente pieni di hippy e famose per la vita notturna. Non ho visto niente di tutto questo. Le spiagge erano meravigliose, la vegetazione rigogliosa. Visitiamo Old Goa. Ne vale veramente la pena.

L’influenza portoghese è forte, non solo per la lingua, ma anche nel cibo e nella religione. Prendiamo un bus per Madgaon e andiamo a visitare le spiagge del sud, Paleolem, Patnem, Benalium. Paradisiache ( spiaggia bianca e mare caldissimo), troppo turistiche, ovviamente, ma per due giorni di riposo e di buone cene a base di pesce, è una scelta ottima.

Treno di notte, un altro lungo viaggio di 14 ore verso Ernakulam. Traghetto per Cochin, ed eccoci finalmente nel Kerala. Questo stato mi è rimasto nel cuore. I paesaggi, la gente, il cibo, le spezie, la natura.

Rimaniamo tre giorni a Cochin: favoloso il centro storico, è molto bello vedere i pescatori tornare al tramonto con la pesca della giornata. Si può comprare il pesce al mercato e farselo cucinare nel ristorante di tua scelta. al tandoori o nella foglia di banana.

Si parte per Munnar, a quasi due mila metri d’altitudine: un villaggio famoso per le sue piantagioni di tè e di caffè. Le colline sembrano finte, ricoperte di foglie di te; salendo verso Munnar le palme e gli alberi da cocco scompaiono e appaiono queste immense colline di tè. E’ un paesaggio che ti sorprende, che non ti attenderesti.
Mangio il byriani più buono di tutto il viaggio. La sera fa freddo, menomale che ho portato il sacco a pelo.
Scendiamo direttamente a Allepey.
Bisogna avere pazienza, i viaggi in bus sono interminabili. Ma c’è sempre qualcuno con cui parlare, che ti fa domande che ti spiega dove scendere. Gli indiani sono veramente adorabili.
Le backwaters 24 ore su una houseboat. Non esistono parole adatte per descrivere la bellezza del paesaggio, dei villaggi, il tramonto e l’alba accanto ad una risiera. Il senso di pace, il tempo che scorre lento, lontano dal caos e dai rumori e dallo smog. Un piccolo angolo di paradiso.

Altro bus di 4 ore per arrivare a Varkala.
Sì, ammetto è un posto super turistico, una spiaggia piena di occidentali, ma vale la pena di fermarsi qualche giorno solo per la scogliera rossa che si infuoca al tramonto, le spiaggette più lontane vicine al villaggio di pescatori i massaggi ayurvedici e i ristorantini di pesce fresco

Tre giorni dopo eccoci in partenza per Madurai: non c’è più posto in treno, ci aspetta un viaggio di 11 ore in bus. Veramente dura!
Maduari, “città tempio”. Rumorosa, sporca, ma affascinante e spirituale.
Il tempio ti toglie il fiato con le sue bellissime torri.
Resterei a guardare per ore gli indiani che pregano e che lanciano il burro sulle statue delle loro divinità,
Rimaniamo a Maturai anche il giorno di Natale e cerchiamo di impregnarci dell’atmosfera di questa città e del suo tempio.

Treno di Notte per Pondicherry. Si arriva a Villapuram alle 4 del mattino. Un bus di un’ora e finalmente eccoci nella vecchia colonia francese, con le sue grandi ville coloniali, la “partie blanche et celle noire”. E’ il 26 mattina. Ci dicono di andare a vedere sul lungomare, il mare si sta ritirando. Andiamo: effettivamente c’è una spiaggia lunghissima, che come constaterò nei giorni successivi, normalmente non esiste. Gli indiani sono tutti su questo lembo di spiaggia, raccolgono le conchiglie, giocano a cricket, ignari di quello che sta per accadere.

Noi decidiamo di andare a visitare la città. Non ci accorgiamo di niente. (il centro città di pondicherry grazie alla costruzione del lungomare in cemento e degli scogli non ha subito molti danni). La sera cominciamo a sentire delle voci, arrivano mille messaggini e telefonate. Capiamo che è successo qualcosa di grave.

Il giorno dopo prendiamo uno scooter e andiamo a visitare Auroville. Appena usciti da Pondicherry, la situazione è tremenda, i villaggi dei pescatori sono distrutti, l’acqua è entrata a due chilometri nelle terre. Auroville, non mi piace. Sarebbe lungo spiegare perché. Sembra una colonia occidentale. Il matrimandir non si può visitare. Decidiamo di tornare a Pondycherry.
Il giorno dopo partiamo per Chidabandram a vedere un altro tempio molto bello. Qui gli uomini sono rasati a zero, hanno il dorso e il petto dipinti con dei segni bianchi. Prima di entrare a pregare i credenti si bagnano nel bacino sacro. C’è una atmosfera particolare.
Torniamo a pondicherry, di nuovo due ore di bus: stavolta il bus sembra moderno, c’è perfino un piccolo televisore che trasmette il solito film made in bollywood. Amore, litigi, il buono, il cattivo e “l’amore che trionfa alla fine”.

Decidiamo di partire per Mahabalapuram. Ci dicono che solo alcuni ristoranti sulla spiaggia hanno subito danni e che in realtà non c’è pericolo. La verità però è un’altra. Ci sono molti danni, perfino il tempio sulla spiaggia è stato toccato, i negozietti accanto, non esistono più. I pescatori sopravissuti non hanno più le loro barche, la loro unica fonte di reddito.

I villaggi vicini sono senza cibo. Il governo non ha ancora distribuito né cibo né acqua potabile. Ci mettiamo d’accordo con altri turisti. Raccogliamo duecento euro. Compriamo 1100 chili di riso e dell’acqua. Prendiamo dei rickshow e li portiamo direttamente nei tre piccoli villaggi. La gente è contenta, ci sorride. E poi sentiamo di esserci resi almeno utili anche se in piccolissima parte.

Il giorno dopo ci evacuano. Dicono che arriverà un onda più forte della prima ed inoltre accanto a mahabalapuram c’è una centrale nucleare. Ci sono scene di panico, i bus sono stracolmi, non si riesce a salire, le donne indiane fuggono con piccole borse e i bambini in braccio.
Entriamo nelle terre e poi decidiamo di andare a Madras.
Lontano da Marina Beach che è stata colpita.
Troviamo una guesthouse carinissima a 3 euro a notte, c’è la BBC. Scopriamo che era un falso allarme. Ormai ci siamo. Resteremo 4 giorni qui in attesa del volo di ritorno. Arriva gente dalle Andamane e da Nicobar. Ci raccontano come sono sopravvissuti alla furia dell’acqua. Ci sono in continuazione degli avvisi di persone scomparse.
Aspettiamo il nuovo anno sul tetto della guesthouse. Giusto un bicchiere di birra con altre persone. Con molta tristezza.

Due giorni dopo lasciamo l’India.
Ho una grande tristezza nel cuore, mi mancherà tutto di questo paese, gli odori e i rumori che tanto odiavo all’inizio del viaggio, la gente, la loro dignità, il loro sguardo, i mille colori, il cibo piccante.
Mi sento in colpa di non aver potuto aiutare, di essere rimasta lì e di non essermi resa conto della catastrofe che ha colpito 15 mila indiani e tutti quelli che sopravvissuti non hanno più niente per vivere.
So che tornerò. Ho visto troppo poco del sud e voglio vistare il nord.
E poi ho adottato a distanza una bambina indiana. Voglio assolutamente conoscerla.

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