Appunti dall’ultimo viaggio di T.R. in Benin

A volte capita che nei nostri viaggi di turismo responsabile, solidale, eco-compatibile chiamateli come vi pare possa succedere di imbattersi in drammi umani che lacerano il cuore e scolpiscano immagini che si nascondo nella nostra mente per chissà quanto tempo. I fatti e le persone sono reali e non immaginari….Ormai la vacanza in Benin è finita, i due simpatici giovani francesi, Pierre e Elodie , che abbiamo lasciato nel nord del paese dovrebbero tornare all’indomani a Ouidah, ( magari c’è il tempo per portarli fino a Ganviè, la città lacustre su palafitte)…

Therese, mia moglie beninese che con Azara, mia figlia meticcia, prototipo delle generazioni a venire, compongono la mia famiglia assieme ad altre 30 persone (di cui 19 tra bambini e ragazzi africani), ha un tarlo e me lo comunica: “Sai quella ragazzina di nemmeno 14 anni , che abbiamo visto al villaggio su al nord? è incinta e sicuramente molto avanti con la gravidanza; è inesperta e cacciata dalla sua famiglia tra gente sconosciuta, ho paura sia per lei che per il bambino, cosa dici se diciamo ai francesi se la prendono su con loro e la portano qua da noi, che la facciamo vedere qui in ospedale?”

Detto e fatto: i due ragazzi la prendono con loro e stasera li incontreremo a Cotonou, una delle nuove capitali dell’Africa dell’Ovest: una distesa infinita di auto, camion e motorini scassati super-inquinanti, condotta da gente frenetica e stressata; chi si immagina i poveri almeno pacifici e tranquilli, qui si può ricredere, i poveri sono poveri in tutto, ( le parole: ambiente, sanità , istruzioni, vacanze, lavori appaganti ecc.sono per loro parole senza senso).

Del resto io qui ci vengo solo per prendere amici dall’aereoporto o per delle formalità e appena posso me ne scappo nella mia “ville historique” di Ouidah, dove con la mia famiglia ci siamo fatti una casetta, per ospitare le trenta persone di cui parlavo prima, più “i turisti per caso” che trovo in giro per mostrare loro qualcosa di questo amato e sfortunato paese.

Ecco i due giovani francesi, ecco la ragazzaâ?¦ è veramente messa male, probabilmente stanca o contrazioni? La carichiamo sulla nostra macchina, pensiamo di portarla a casa per un bagno e poi via all’ospedale, ma non c’è tempo la ragazza vomita, decidiamo di portarla subito al centro maternità di Ouidah.

Le infermiere (dottori non se ne vedono è già sera ormai), si degnano di guardarla solo dopo che ho pagato la visita e comprato un termometro per misurare la febbre, (per l’igiene è personale) ma va bene ugualmente l’importante è che sia in buone mani; ormai questo ospedale, con tanta gente come ho a casa, lo conosco bene e conosco bene anche la cassieraâ?¦

Sono contrazioni, partorirà stanotte, rimarrà la sorella di Therese a guardarla, conosce la lingua del nord e del sud del paese. Arriviamo a casa stanchi, ci stendiamo un attimo nel letto, ma sappiamo già che stanotte si dormirà poco. Infatti alle 23 ci telefonano che la ragazza ha dei problemi, il bambino non esce, Therese prende l’auto e nel buio (con ancora le feste voodoo in corso) corre in ospedale.

Ore 4 del mattino: il bambino è nato morto, il cordone ombelicale era avvolto al collo, non c’erano speranze di salvarlo, si è salvata almeno la madre, la piccola Julie, che non ha mai conosciuto bambole nella sua vita, ma solo lavoro e umiliazioni.

Quando vado fuori in penombra vedo il corpicino del bimbo, è veramente bello, un piccolo angelo già volato in cielo, lo avremmo chiamato Fortuné, perché pensavamo che tutte le coincidenze fortunate avrebbero potuto salvarlo, e nella sua situazione familiare futura, un nome così avrebbe fatto da baluardo a tutto l’odio che avrebbe incontratoâ?¦ ma forse Fortuné o chi per lui ha deciso diversamente. Il tempo di battezzarlo, metterlo pietosamente in una scatola di cartone, e due membri della nostra famiglia, alle cinque del mattino prendono il primo Taxi brousse per il Nord, dove sarà sepolto nel villaggio nativo di Therese.

Ai ragazzi che sono qui per “turismo” non nascondiamo niente, almeno abbiamo salvato la ragazzina, dove al villaggio sarebbe morta sicuramente. A sera la piccola Julie è già a casa nostra (non mi sorprenderò mai abbastanza di quanta resistenza abbiano le donne africane), in un angolo seduta, piange in silenzio, cerco qualche parola in francese per consolarla, ma so che solo il tempo servirà per farle ritrovare il sorriso, le dico che potrà rimanere a casa nostra, che anzi è casa sua…

Domani abbiamo l’aereo, si ritorna in Italia, alla vita “normale”. Chi ha più voglia di partire?

E’ passata una settimana, un faentino saputa la storia, ha promesso di fare studiare Julie:
perchè Africa continui a farci piangere di dolore e ridere di gioia…

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