Diario dal Benin: Ouidah la Porta del Non Ritorno

Finalmente a casa, dopo un’odissea di viaggio lungo un giorno, finalmente dal freddo glaciale del nostro inverno grigio europeo, nella notte profonda siamo giunti alfine al caldo umido e afoso di Ouidah: la città che più mi ha rubato il cuore di tutto il continente africano.

Qui inizio dunque il diario del viaggio di questo gennaio 2008:

Ouidah. Il percorso che consiglio sempre io è il seguente: visita della Foresta Sacra, dove si ha un primo approccio con la religione Voodoo, quindi visita del Tempio del Pitone, animale adorato e venerato in questa città; poi visita al Forte Portoghese e inizio della “strada degli schiavi”: qui per vivere l’atmosfera di questa cittadina non è male leggere “il vicere’ di Ouidah” di Chatwin sostituendo il vero nome: De Souza, e la fine di questo meticcio porto-brasiliano arrichitosi con la tratta negriera, che non è finito pazzo ma è morto nel rango che era, ovvero vicere’ e patriarca di una discendenza con centinaia di figli..

Dopo, il quartiere brasiliano, chiamato così dai primi schiavi liberati in Brasile e ritornati in Africa da uomini liberi, si sosta un’attimo dove domina ancora la casa del Vicerè, nella piazza Cha-cha dove gli schiavi venivano acquistati e marchiati con il ferro ardente. Qui, in catene facevano nove volte il giro attorno all’albero dell’oblio per dimenticare tutte le loro origini, i loro ricordi, le loro radici. Venivano condotti poi alla Casa Oscura nel quartiere Zomai, dove venivano tenuti per settimane intere, nel buio e in catene, in attesa dell’arrivo delle navi negriere. Questo aveva il duplice scopo, da una parte abituarli al buio della stiva della nave, dall’altra di creare un disorientamento fisico e psicologico nell’animo dei poveretti in catene. Quando le navi ormeggiavano al largo, nelle sere di bassa marea il carico veniva effettuato, gli schiavi costretti ad uscire, quelli che non potevano sopportare il viaggio lungo un paio di mesi venivano uccisi, oppure gettati nella fossa comune e lasciati morire di fame, poco distante abbiamo infatti un monumento che ricorda questa vergogna. Altri nove giri attorno all’albero del “non ritorno”, in modo che l’anima potesse rimanere qui, in terra africana con i propri antenati ed è ormai il momento di arrivare alla spiaggia. Nulla è cambiato da allora, se escludiamo qualche monumento: la Porta del Non ritorno, un tempio voodoo, un monumento per celebrare l’arrivo dei missionari.

In realtà, l’unico vero pericolo per questa atmosfera e per i piccoli villaggi di pescatori, sembra venire da un cartello pubblicitario che reclamizza la creazione di 6 nuovi hotel turistici, una maniera forse per intercettare quel turismo frettoloso che attraversa e non si ferma a Ouidah; dall’altra forse incosciamente la fine di una epopea e la nascita del business sulla tratta negriera.

Il mio consiglio è di fare presto, a venire a visitare i siti storici e religiosi, prima che il folklore e il turismo di massa coprano e nascondano la vera essenza di Ouidah.

All’arrivo in spiaggia è consigliabile dissetarsi con una buona noce di cocco, opportunatamente tagliata e servita con il machete. Non è da scartare l’idea di un giro in piroga con un pescatore, il quale con pochi chefa vi farà fare un bellissimo giretto nella laguna di mangrovie. Non resta che tornare a casa dai nostri bimbi spensierati, ben presto i turisti si lasciano andare a giochi sfrenati, persone che si credevano timide, si riscoprono l’entusiasmo della loro, nostra, infanzia dove “tutto era concesso”, era una parola che non esisteva nel dizionario della nostra educazione. Forse perchè qui i bimbi non possono permettersi il lusso di avere capricci,e la competizione per la sopravvivenza continua…

Ma ora ho voglia di restare un’attimo solo in silenzio, sentire il rumore dell’oceano sempre arrabbiato, sentire il sapore della vita, di questa vita qui ora e godere del fatto che le cose che ti erano parse degne di far conoscere piacciono davvero alle persone che vengono giù…

La Maison de la Joie, il “nostro valore aggiunto”, il valore di un bambino, il valore di una donna in difficoltà aiutata. Quanto costa un sorriso? Niente è gratis: finalmente lontano dalle logiche di mercato, non c’è mai recessione per le buone azioni. Bene, Benin avanti così……

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