16° Puntata – Due memorabili mesi in Indonesia

Dumai, isola di Sumatra, fine luglio 2008.

Sbarco in Indonesia in tarda mattinata con un foglio sul quale ho scribacchiato alcuni indirizzi e idee poco chiare su come muovermi a Sumatra.

Vorrei raggiungere quanto prima Jakarta, la capitale, sull’isola di Java, ma non ho ancora scoperto se ci sono navi o traghetti che coprono la tratta Dumai-Jakarta. Sul tema dovrebbe far chiarezza l’ufficio della Pelni di Dumai, la maggiore compagnia di traghetti indonesiana, che pero’ ha da tempo chiuso, mi dicono, le operazioni.

Dato che ha poco senso rimanere bloccati in questo sonnolento e polveroso porto decido di prendere quindi il primo bus alla volta di Pekanbaru, nell’entroterra; guardando sulla cartina pare una citta’ di una certa dimensione. D’altra parte, non ci sono alternative, in quanto l’unica strada che lascia Dumai porta proprio a Pekanbaru.

Impiego quasi 7 ore a coprire i 150km che separano le due citta'; molto piu’ di quello che avevo previsto. A causa di una recente ondata di acquazzoni ci sono state delle esondazioni e alcuni villaggi e strade si trovano sott’acqua. Non riesco ancora a capire se sono finito in una zona particolarmente disastrata dell’Indonesia o se, d’ora in avanti, mi dovro’ adattare a dei nuovi ritmi di viaggio. Non e’ passato ancora un giorno e le efficienti e moderne infrastrutture singaporegne e malesi paiono gia’ uno sbiadito ricordo.

 

A Pekanbaru mi fermo giusto una notte per riposare le membra e il giorno successivo mi sposto a Bukittinggi, un paese arrampicato sui monti che percorrono, da nord a sud, l’intera lunghezza dell’isola di Sumatra. Fa fresco, soprattutto alla sera, ed e’ un piacevole intermezzo dopo settimane di umidita’ tropicale. E’ una zona di vegetazione rigogliosa, campi coltivati, foreste, villaggi tradizionali e vulcani. Alcune case, tutte in legno, mi ricordano i templi buddisti visti in Thailandia.

 

Le prime settimane di viaggio in Indonesia le ho passate “brancolando nel buio”; e’ stata una esperienza curiosa e interessante. Mi spiego: ancora in Malesia, ho cercato senza fortuna una guida turistica usata dell’Indonesia; a Melacca, poco prima di imbarcarmi, ho trovato una vecchia guida in un ostello e ho annotato alcuni indirizzi di alberghi a Dumai, Pekanbaru e Bandar Lampung, tutte citta’ sull’isola di Sumatra; ma, oltre a cio’, niente di piu’.

Ero convinto che, una volta arrivato in Indonesia, avrei trovato un libro abbandonato nel primo albergo visitato. Mi sbagliavo. Le prime guide usatedella Lonely Planet le ho viste a Bali, a settimane e miglialia di km di distanza da Dumai.

Mi sono quindi mosso chiedendo informazioni in continuazione; non essendoci uffici turistici, ho scoperto che la fonte piu’ affidabile e’ rappresentata dagli studenti che, armati di qualche parole di inglese, mi hanno aiutato con grande entusiasmo. Così ho appreso che a Dumai l’ufficio della Pelni ha chiuso i battenti, che a Pekanbaru la stazione dei pullman a lunga percorrenza ha cambiato indirizzo, che Bukittinggi e’ un rinomato centro turistico e che la cosa piu’ interessante da vedere a Bandar Lampung, dopo il Museo Provinciale di Storia, e’ un monumento di cemento raffigurante elefanti che giocano a calcio. Ho fatto la conoscenza degli indonesiani, un popolo ospitale, genuino, allegro e sempre pronto a dare una mano; come Riki che, a Bukittinggi, mi ha portato in giro con il suo scooter alla ricerca di un albergo e il giorno successivo mi ha portato a pranzo nell’abitazione di famiglia!


Sumatra e’ una delle isole piu’ grandi al mondo e io ne ho sicuramente sottovalutato le dimensioni. E’ per questo che uno spostamento in pullman Bukittinggi-Bandar Lampung (un migliaio di km sulla carta), all’estremo sud dell’isola, si trasforma in un interminabile viaggio di quasi 36 ore; e sottolineo che il bus non e’ partito da Bukittinggi, in quanto ha iniziato il viaggio in un’altra citta’, e che il capolinea non era Bandar Lampung ma la ben piu’ lontana Jakarta, sull’isola di Java! Gli indonesiani dimostrano una incredibile resistenza quando si tratta di prendere un pullman.

o sono diventato, da unico straniero, la mascotte del pullman, oggetto di domande e di offerte di cibo (come frutta dalle forme mai viste).

Arrivato a Jakarta, una mostruosa megalopoli di 12 milioni di abitanti dal clima insopportabile, inizio finalmente a vedere qualche altro viaggiatore.

In una settimana di Sumatra infatti i volti stranieri gli ho contati sulla dita di una mano. Rispetto alle masse incontrate in Thailandia e Malesia non c’e’ paragone. Dove sono finiti tutti? Mi trovo forse in un posto pericoloso? Devono essere decollati verso altri lidi… Non ne faccio un grosso problema e mi godo i miei attimi di celebrita’, dovuti al fatto di essere quasi sempre al centro dell’attenzione.

A Jakarta, a meno che ci si trovi per affari, c’e’ poco da fare. Uno sguardo agli storici edifici di Batavia, l’antica capitale ai tempi della colonizzazione olandese, e poi ci si puo’ spostare a Jodja, citta’ universitaria e anima culturale del paese. Meglio in treno: confortevole, comodo e decisamente meno stressante del pullman.

Jodja e’ una tappa irrinunciabile sull’isola di Java: artigianato di qualita’, palazzi reali, un vulcano brontolante e gli impressionanti siti archeologici di Borodbur e Prambanan: il primo e’ la piu’ grande stupa (monumento sacro buddista) al mondo; il secondo, una magnifica testimonianza del passato induista dell’isola di Java (ora prevalentemente di religione musulmana).

A questa immersione culturale segue una escursione alle pendici del vulcano Bromo: uno spettacolo incredibile, di quelli da rimanere a bocca aperta. Dai margini della caldera, all’alba di una fresca giornata, incollo lo sguardo su un paesaggio lunare: il cratere e’ enorme, almeno un km di diametro, riempito da una bianca nuovola di vapore acqueo; da questa, al centro, spuntano altri due coni, uno perennemente fumante, l’altro spento. In lontananza, un vulcano ancora piu’ alto del Bromo, spara in cielo una nuvoletta grigia ogni 10 minuti. Non ho mai assistito a nulla del genere; elementi naturali all’ennesima potenza.

Dal Bromo a all’isola di Bali il passo e’ breve. L’esperienza di viaggio acquisita mi permette di gestire tranquillamente un trasferimento notturno in pullman più traghetto, il conseguente arrivo alle 5 all’autostazione di Denpasar, ma non il tassametro del tassista che mi scarrozza fino a Kuta: taroccato, accidenti! Dieci minuti in taxi mi viengono a costare quasi come 11 ore in pullman.


Dall’Indonesia a Bali; è tutto un altro mondo. L’isola potrebbe essere un’altra nazione; diversa dal resto del paese; affascinante. La preghiera del muezzin lascia il posto alle processioni religiosi balinesi, alle offerte floreali all’ingresso delle case, ai dolci profumi d’incenso. Templi e altari votivi si confondono con le abitazioni a segnalare il fatto che la religione (induista) e’ parte integrante della vita quotidiana di Bali.

L’estrema gentilezza delle persone, sempre sorridenti, e la magica atmosfera che si respira in questo posto seduce artisti, viaggiatori e semplici vacanzieri. Bali accoglie a braccia aperte chiunque: il surfista a cavallo delle impetuose onde dell’Oceano Indiano e l’insaziabile nottambulo perso per le strade di Kuta; il sub a caccia di coralli e il partecipante a un corso di pittura; la famiglia a passeggio lungo la spiaggia di Sanur e il gruppo turistico in visita a Ubud.

Un’isola dai mille volti: risaie, resort a 5 stelle, discoteche, semplici bungalow, citta’ sovraffollate e luoghi sacri nascosti dalla lussureggiante vegetazione tropicale.

E’ questa l’impressione che ho avuto io, dalla sella di uno scooter; è sufficiente una manciata di kilometri per scoprire una nuova dimensione, per passare dal turismo di massa di Kuta alle selvaggie scogliere della penisola di Bukit, dal traffico di Denpasar alla magia di una danza tradizionale a Ubud, dal labirinto di una citta’ alla semplicita’ di una risaia, dal mare alle pendici del vulcano Agung.

Quello che vedo, mi piace. I detrattori dicono che l’isola era meglio 40 anni fa, che Bali ha perso la sua innocenza; perdonatemi, ma io, allora, non ero ancora nato. Bali si e’ attrezzata per gestire le folle di turisti, ma rimane un posto autentico. Un’isola bellissima, narcisa, che non esita a mettere in mostra quello che ha da offrire.

Tutto il contrario delle isole Gili, 3 gemme coralline incastonate nel blu profondo del mare al largo della costa di Lombok. Le isole sono troppo piccole per assorbire il massiccio impatto turistico che le vede coinvolte: a breve affonderanno sotto il peso di bungalow, resort, ristoranti, internet cafe’ e dive shops. Gli abitanti del luogo sono diventati una presenza invisibile, nascosti all’interno dell’isola, per lasciare quanto piu’ spazio possibile allo sviluppo immobiliare in atto lungo la costa. Il risultato e’ quello di un villaggio turistico globale che nulla ha a che vedere con il resto dell’Indonesia.

Scappo da questa “trappola”, attraverso in fretta Lombok e passo due giorni sull’isola di Sumbawa prima di arrivare a Flores. Labuanbajo (sull’isola di Flores) e’ il trampolino di lancio per una escursione alle isole di Comodo e Rinca dove vivono i famelici dragoni, dei lunghi lucertoloni. A Rinca un ranger del parco nazionale mi accompagna a vedere un dragone che si e’ appena pappato un cerbiatto; ora sta riposando, immobile, in quella che e’ una lunga fase digestiva. Mi spiega che i dragoni non attaccano e ammazzano subito. Dispongono di una saliva infetta e quindi si limitano a mordere la preda e poi attendono, pazientemente, il decesso, che puo’ avvenire a distanza di settimane. Sono talmente ingordi che in assenza di cacciagione si mangiano tra di loro!


 

Flores e’ un’isola ricca di villaggi tradizionali dove gli abitanti vivono ancora in case di legno dai tetti in paglia.

Le zone intorno ai paesi di  Ruteng e Bajawa sono le piu’ interessanti. Vicino a quest’ultima ho la fortuna di assistere, nel villaggio di Wogo, ad un funerale (di rito cattolico) al termine del quale vengo invitato nelle case di alcune famiglie per un pranzo frugale: riso, fagioli e carne di maiale. Una ragazza del posto che parla inglese mi fa da guida e mi introduce ai suoi parenti.

Mi fa notare come, al centro del villaggio,  vengono sepolte le persone piu’ importanti; le tombe sono a forma di piccola casa o di ombrello, a seconda del sesso, e vengono “consultate” prima di decisioni importanti quali semina, raccolti, matrimoni, ecc. Tradizioni e riti che si sono conservati nonostante l’opera di conversione attuata dai missionari cattolici.

Poco lontano da Ende invece, una delle citta’ piu’ grandi di Flores, piu’ o meno al centro dell’isola, sorge il vulcano Kelimutu. All’interno della sua caldera si sono formati 3 laghi dalle spettacolari colorazioni turchese, marrone e nero. I colori sono attribuibili alla presenza di diversi minerali all’interno della roccia vulcanica.

Dalla cima del monte e’ possibile scorgere i lineamenti di Flores, un’isola stretta e lunga, montuosa, dalle strade tortuose e dai vulcani brontolanti. Una guida mi ricorda che hanno appena evacuato una zona a est dell’isola in quanto sono in attesa di una imminente eruzione!

Ho iniziato a contare i giorni che mi rimangono sul visto turistico. E’ gia’ trascorso piu’ di un mese dal mio ingresso in Indonesia e ho ancora un paio di settimane a disposizione. Decido di fare un giro sull’isola di Sumba. E’ la settima dell’arcipelago dopo Sumatra, Java, Bali, Lombok, Sumbawa e Flores.

Sumba e’ veramente una gran bella sorpresa. Ancora poco sviluppata dal punto di vista turistico offre una esperienza culturale di rara bellezza. Rispetto a Flores, il paesaggio e’ mutato. Vulcani e monti dagli scoscesi pendi hanno lasciato il posto ad ampie distese di erba bruciata dal sole e ondulate colline. Nella parte occidentale dell’isola villaggi tradizionali punteggiano le cime di docili alture.

Le case dagli alti e piramidali tetti in paglia, sorgono in posizione arroccata in quanto, in passato, consentivano una migliore difesa dall’attacco di tribu’ rivali. Sumba ha sempre avuto la nomea di posto sanguinario. Oggi giorno le faide tra gruppi rivali sono un ricordo del passato ma il sangue scorre ancora nel corso degli elaborati riti funerari quando, oltre al defunto, vengono immolati e seppelliti anche alcuni suoi possedimenti: vacche, maiali e talvolta, cavalli. A seconda dell’importanza della persona i funerali possono durare giorni. Anche qui, come a Flores, noto la presenza di grosse tombe di pietra al centro dell’abitato.

Insieme ad una guida visito alcuni villaggi e scopro che il tetto in paglia e’ alto perche’ ospita gli spiriti ancestrali degli antichi abitanti della casa. In ogni villaggio firmo il registro delle presenze (in alcuni sono il primo straniero dopo settimane) e porto offerte al capo villaggio: noce moscata, un’altra spezia e della polvere bianca che, mischiati tra loro, gli abitanti masticano in continuazione.

E’ una combinazione leggermente narcotica e, a mio avviso, disgustosa! In questo modo “ripago” l’ospitalita’ concessami. Nel corso delle visite posso entrare nelle case, assistere al lavoro delle donne che intrecciano tessuti e setacciano e riempiono sacchi di grano; non vedo uomini, ad eccezione degli anziani, all’interno dei villaggi: di giorno sono impegnati a lavorare nei campi.

Boni, la mia guida, mi porta anche lungo la costa: disabitata, selvaggia, spettacolare. Spiaggie di sabbia bianca battute da forti venti e onde capricciose.

Dal legno e dalla paglia delle case tradizionali sumbanesi passo al metallo arrugginito di un vecchio traghetto. Sono salpato alla volta di Kupang, sull’isola di Timor; un viaggio che, grazie ad uno scalo intermedio a Flores, diventa una traversata di 36 ore. Per fortuna il mare e’ calmo; cosa che mi consente di dormire e di non preoccuparmi oltremodo del grado di sicurezza della nave.

Kupang e’ l’ultima citta’ di una certa dimensione che visito in Indonesia: oltre 300mila abitanti che la rendono, a tratti, rumorosa, ingolfata, caotica. Non c’e’ molto da vedere da un punto di vista turistico; e’ piu’ una tappa intermedia in attesa di una nave o di un aereo verso altri lidi indonesiani. L’entroterra offre migliori possibilita'; lungo la strada che porta fino al confine con Timor Est ci sarebbe modo di visitare alcuni villaggi tradizionali ma, dopo le esperienze culturali a Flores e a Sumba, decido di passare oltre.

Il lungomare di Kupang non e’ particolarmente attrattivo: una accozzaglia di case e condomini senza gloria: grigi, insignificanti, brutti. A rendere piacevole l’esperienza cittadina, ancora una volta, sono gli indonesiani. Un popolo allegro, simpatico, cordiale che mi ha circondato di sorrisi per quasi due mesi. Al contrario dell’India, dove mi sono trovato in una simile situazione di “accerchiamento umano”, qui in Indonesia percepisco un interesse e una curiosita’ genuina da parte delle persone; la cordialita’ non nasconde un interesse commerciale come può essere la visita di un negozio, un pranzo scroccato in un ristorante o una guida turistica sponsorizzata.

La cosa, all’inizio, mi spiazzava, lasciandomi indeciso su come comportarmi nel caso di proposte di ospitalita’ e di compagnia; in ogni istante temevo la materializzazione dell’ inghippo, ovvero, la richiesta di denaro. Quasi mai successo. Il che mi ha permesso, dopo un iniziale periodo di apprendistato, di vivere i rapporti con gli indonesiani in totale apertura. A Kupang, ad esempio, ho assistito alla finale di Champions League tra Manchester United e Chelsea insieme ad una schiera di ragazzini in casa di uno di loro; la passione degli indonesiani per il calcio rasenta il fanatismo; quella notte si e’ chiusa alle 6 di mattina con un carosello di scooter per festeggiare la vittoria del Manchester!

Fino all’ultimo giorno in Indonesia sono stato circondato da persone che hanno messo alla prova il mio limitato vocabolario di Bahasa Indonesia: alla stazione, attendendo un bus; al ristorante, nel corso di un pranzo a base di piccantissime specialita’ locali; alla sera, sull’uscio della mia camera d’albergo.
 
Sono sempre piu’ convinto che sia la popolazione locale, e non le attrazioni turistiche, a fare la differenza in un viaggio e a rendere un posto piu’ gradevole rispetto ad un altro.
 
E’ per questo che l’Indonesia, piu’ di altri paesi, mi e’ entrata nel cuore. 

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