Jason Eliott, Specchi dell’invisibile

Inizialmente questo libro mi aveva lasciato un po’ freddino. Mi sembrava che l’autore fosse un ricco sfaccendato inglese, a zonzo per la Persia. In effetti continuo a pensare che un po’ lo sia, ma ho apprezzato il suo libro.
Elliott è molto appassionato di arte, tanto che troverete nel libro varie spiegazioni dettagliate dell’arte persiana, della sua contaminazione con l’arte araba e soprattutto dei debiti di quest’ultima verso questo grande paese che è l’Iran.

Anche qui l’autore, come in altri libri di viaggio, divide il libro in capitoli che indentificano le varie tappe del viaggio. Ma in questo caso Elliott non va semplicemente in giro, ma ha anche uno scopo preciso: ci sono alcuni aspetti dell’arte e delle capacità decorative dell’arte persiana, che non gli sono chiare. In una grotta, che esplorerà più volte, troverà la risposta. E’ molto bello vedere come una persona, pur non essendo un archeologo professionista, riesca a dare consistenti contributi, semplicemente spinto dalla sua grande passione.

Questo è uno dei leit motif del libro, ma le tematiche sono anche altre. In complesso il tentativo è quello di cercare di descrivere l’Iran, un paese sui generis: ha un regime fondamentalista, ma la popolazione è dannatamente fiera di essere persiana, mentre detesta (o perlomeno tiene a non essere confusa) la popolazione araba, pur essendo da lì che è arrivata la religione che li domina. Reputano gli arabi rozzi e arretrati.
I persiani invece amano l’arte e la raffinatezza. Ce lo ricordano le splendide opere architettoniche (moschee, palazzi e soprattutto giardini), ma anche la gente comune.
Una cosa che mi ha colpito è scoprire come moltissimi iraniani amano la poesia e conosco intere opere a memoria: in un ufficio postale Elliott si ritrova a parlare animatamente di poesia con l’impiegato. Io sono un ignorante in fatto di poesia, e non ricordo più nulla nemmeno di quelle studiate al liceo. Ma penso che moltissimi italiani siano nelle mie condizioni.

Nei racconti di Elliott il regime non si sente, non si avverte la presenza se non quando c’è qualche pratica burocratica da sbrigare. Da un lato è una scelta dell’autore, quella di non soffermarsi sulla politica, quanto piuttosto sulle persone; dall’altro è una capacità tutta iraniana, quella di vivere una sorta di doppia vita per sfuggire al regime.
Anche nell’opera a fumetti di Marjane Satrapi, l’autrice persiana di Persepolis, emerge questa dualità di comportamento: di giorno con il velo nero e la tunica nera fino ai piedi; di notte feste, balli e alcol.

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